19 Oct
La Liturgia del Tempo Curvo: Agostino, Bergson e l'Organo Sacro di Hans Zimmer in "Interstellar"

«Che cos'è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più.» Con questa celebre confessione nel Libro XI delle Confessioni, Sant'Agostino d'Ippona apriva una ferita nel cuore del pensiero occidentale che nemmeno la fisica contemporanea è riuscita a rimarginare del tutto. Pochi registi nella storia del cinema sono stati ossessionati da questa ferita quanto Christopher Nolan, e in nessun'opera tale ossessione raggiunge una potenza emotiva, filosofica e sonora paragonabile a Interstellar (2014).

Al centro del film non c'è soltanto la sopravvivenza della specie umana o il viaggio astrofisico attraverso un wormhole nei pressi di Saturno: c'è il dramma di un padre, Cooper, e di una figlia, Murph, separati dalla legge più spietata dell'universo relativistico — la dilatazione gravitazionale del tempo. Ed è proprio nel punto in cui la fisica di Albert Einstein incontra la filosofia della coscienza che la colonna sonora di Hans Zimmer compie il suo miracolo, trasformando l'astrofisica in una liturgia dell'anima.

Il tempo dell'orologio e il tempo dell'anima: Einstein contro Bergson

Nel 1922, a Parigi, ebbe luogo uno dei dibattiti più affascinanti del Novecento: il confronto tra il fisico Albert Einstein e il filosofo Henri Bergson. Per Einstein, la teoria della relatività aveva dimostrato che non esiste un "adesso" universale: il tempo è una quarta dimensione legata allo spazio e scorre a velocità diverse a seconda della gravità e del movimento dell'osservatore. Per Bergson, tuttavia, il tempo misurato dagli orologi e dalle equazioni fisiche è solo un "tempo spazializzato", ridotto a una linea geometrica. Il vero tempo umano è la durata reale (durée réelle): il flusso indivisibile della coscienza, della memoria e degli affetti, in cui passato e presente si compenetrano.

Interstellar mette in scena con straziante precisione cinematografica lo scontro tra il tempo di Einstein e il tempo di Bergson. La sequenza sul pianeta acquatico di Miller — in orbita ravvicinata attorno al buco nero supermassiccio Gargantua — ne è l'emblema assoluto. A causa dell'immensa forza gravitazionale del buco nero, ogni ora trascorsa sulla superficie del pianeta equivale a sette anni sulla Terra.

Come traduce Hans Zimmer questo abisso teorico in linguaggio musicale? Nel brano Mountains, mentre la squadra scende sull'oceano sterminato, Zimmer introduce un ostinato implacabile: un ticchettio metallico che batte esattamente a un colpo ogni 1,25 secondi. Non è una scelta ritmica casuale: calcolando la dilatazione temporale descritta nel film, ogni singolo battito di quell'orologio sonoro corrisponde a un intero giorno che passa sulla Terra. Mentre gli astronauti lottano contro onde alte come montagne per poche decine di minuti, la musica ci ricorda fisicamente che sulla Terra stanno scorrendo decenni.

Ventitré anni di messaggi: la distentio animi di Sant'Agostino

Quando Cooper risale finalmente a bordo della nave madre Endurance, il tempo spazializzato della fisica presenta il suo conto. Per lui sono passate poco più di tre ore; per i suoi figli sulla Terra sono trascorsi ventitré anni.

Seduto davanti allo schermo, Cooper guarda i videomessaggi accumulati nel corso di due decenni: vede suo figlio Tom crescere, sposarsi, perdere un figlio e infine rassegnarsi a lasciarlo andare; vede Murph, rimasta bambina nella sua memoria recente, apparire improvvisamente con il volto di una donna adulta (Jessica Chastain) che compie la sua stessa età del giorno della partenza.

Qui il cinema di Nolan tocca il cuore della riflessione di Sant'Agostino. Per Agostino, il tempo non esiste fuori dall'anima come oggetto materiale, ma è una distentio animi, una distensione dello spirito che tiene insieme tre dimensioni interiori:

  • il presente del passato (la memoria),
  • il presente del presente (l'attenzione),
  • il presente del futuro (l'attesa).

Davanti a quel monitor, Cooper vive contemporaneamente tutte e tre le dimensioni agostiniane compresse in un unico istante di dolore puro. Sotto le immagini scorre il tema Stay di Hans Zimmer: gli archi e l'organo non seguono il ritmo meccanico dell'orologio, ma si dilatano in accordi lunghi, sospesi, che sembrano voler trattenere l'istante prima che svanisca nel nulla.

Perché un organo da cattedrale nello spazio profondo?

La genesi della colonna sonora di Interstellar è ormai leggendaria. Prima ancora di iniziare le riprese, Christopher Nolan non consegnò a Hans Zimmer una sceneggiatura di fantascienza, né gli parlò di astronavi, buchi neri o wormhole. Gli inviò invece una singola pagina dattiloscritta che conteneva una favola intima sul rapporto tra un padre costretto a partire e suo figlio, chiedendogli di scrivere in un solo giorno la musica che quella pagina gli ispirava.

Zimmer scelse uno strumento che, a prima vista, sembra agli antipodi dell'immaginario tecnologico spaziale: il monumentale organo a canne Harrison & Harrison del 1926 custodito nella Temple Church di Londra, suonato dal virtuoso Roger Swinburne.

La scelta dell'organo possiede una doppia valenza filosofica e acustica:

  • La macchina più complessa prima della rivoluzione industriale: Fin dal Medioevo e dal Barocco, l'organo a canne è stato l'apice dell'ingegneria umana, un'immensa architettura meccanica progettata per scrutare l'infinito e il trascendente. Accostarlo ai propulsori dell'Endurance crea un corto circuito poetico: l'astronave diventa una cattedrale gotica lanciata nel cosmo.
  • Lo strumento che respira: A differenza del pianoforte o degli strumenti a corda, il cui suono inizia a morire nell'istante stesso in cui viene percosso o pizzicato, l'organo produce il suono grazie all'aria spinta nei condotti. Finché c'è aria, la nota vive. In uno spazio cosmico dominato dal vuoto assoluto — dove non c'è ossigeno e il suono non può propagarsi —, il soffio dei mantici dell'organo di Zimmer diventa il suono stesso del respiro umano, fragile e ostinato, che rifiuta di spegnersi nell'oscurità siderale.

Il Tesseratto e l'amore come dimensione ontologica

Nell'ultimo atto, quando Cooper si lascia cadere oltre l'orizzonte degli eventi di Gargantua, si ritrova all'interno del Tesseratto: una struttura quadridimensionale costruita da esseri futuri in cui il tempo della stanza da letto di Murph è dispiegato fisicamente nello spazio. Ogni istante del passato è lì, accessibile come le pagine di un libro aperto.

È la visualizzazione definitiva del cosiddetto Eternalismo (o universo a blocco) in filosofia della fisica, ma redento dalla filosofia dell'amore. Quando la dottoressa Brand (Anne Hathaway), a metà del film, pronuncia il suo discusso monologo sull'amore come forza capace di attraversare le dimensioni al pari della gravità, non sta cedendo a un ingenuo sentimentalismo, ma sta formulando un'intuizione vicina a quella di filosofi come Max Scheler o Gabriel Marcel: l'amore è l'unico legame intenzionale che non si arrende alla morte e alla dispersione temporale.

Attraverso le corde della libreria del Tesseratto — che Cooper pizzica come fossero le corde di un'arpa cosmica per trasmettere in codice Morse i dati quantistici sulla lancetta dell'orologio di Murph — mentre l'organo di Zimmer esplode nell'estasi minimale e ipnotica di No Time for Caution e Detach, Interstellar ci consegna la sua tesi più alta: la scienza ci permette di attraversare lo spazio, ma solo la memoria e l'amore ci permettono di abitare il tempo.

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