
«Più umano dell'umano» (More human than human). È il motto commerciale della Tyrell Corporation, la megacorporazione che nella Los Angeles distopica di Blade Runner (1982) di Ridley Scott — liberamente ispirato al romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick — progetta i Replicanti modello Nexus 6: esseri bioingegnerizzati del tutto identici agli uomini per anatomia e intelligenza, utilizzati come schiavi nelle colonie extramondo e dotati di una data di scadenza programmata di appena quattro anni.
Dietro quello slogan pubblicitario si nasconde una delle domande filosofiche più urgenti della modernità, resa oggi ancora più bruciante dall'avvento delle intelligenze artificiali: che cosa definisce l'essere umano? Dove finisce l'artificio e dove comincia l'anima?
A rendere Blade Runner un'opera immortale non è stata soltanto la sua rivoluzionaria estetica neo-noir — una metropoli avvolta da una pioggia acida perpetua, solcata da dirigibili pubblicitari e luci al neon —, ma il modo in cui la filosofia della mente e l'esistenzialismo si sono incarnati nelle note avvolgenti, notturne e struggenti dei sintetizzatori di Vangelis.
Nel 1637, nel Discorso sul metodo, René Cartesio (Descartes) formulava la pietra angolare della filosofia moderna: «Cogito, ergo sum» («Penso, dunque sono»). Anche se un genio maligno mi ingannasse su tutto ciò che vedo e tocco, il fatto stesso che io dubiti, pensi e provi qualcosa dimostra in modo indubitabile che io esisto come soggetto cosciente.
Non è un caso che il Replicante filosofo di Blade Runner, Sebastian / Pris, citi esplicitamente Cartesio prima del confronto finale («Penso, dunque sono, Sebastian»), né che Roy Batty (interpretato da un magnetico Rutger Hauer) sia in cerca del proprio "creatore" Eldon Tyrell. Ma in un mondo in cui gli androidi pensano esattamente come gli uomini, la filosofia cartesiana non basta più per distinguere l'originale dalla copia.
Il film mette allora alla prova due altri pilastri della filosofia occidentale:
Se sul piano narrativo Blade Runner decostruisce il confine tra naturale e artificiale, la colonna sonora del compositore greco Vangelis (Evángelos Odysséas Papathanassíou) realizza esattamente lo stesso paradosso sul piano acustico.
Come raccontare musicalmente degli esseri artificiali che provano emozioni più profonde dei loro creatori biologici? Utilizzando uno strumento elettronico — una "macchina" fatta di circuiti e oscillatori — ma suonandolo con un calore, un'imperfezione e un lirismo profondamente umani.
Il cuore pulsante della partitura di Blade Runner è il leggendario sintetizzatore analogico polifonico Yamaha CS-80 (pesante quasi cento chili), affiancato da un riverbero digitale Lexicon 224 a lunghissima coda e da strumenti acustici come il pianoforte e il sassofono tenore (nel celebre Love Theme suonato da Dick Morrissey).
Il CS-80 possedeva una caratteristica rivoluzionaria per l'epoca: il polyphonic aftertouch (la sensibilità alla pressione individuale di ogni singolo tasto dopo che la nota è stata premuta) e un lungo nastro metallico (ribbon controller) che permetteva di piegare l'intonazione come farebbe un violoncellista o un cantante. Vangelis componeva improvvisando in tempo reale mentre guardava le scene del film sui monitor del suo studio Nemo a Londra: sotto le sue dita, gli ottoni sintetici di Main Titles e Blush Response non suonano mai freddi o meccanici, ma vibrano, sospirano e si incrinano nella pioggia elettronica come creature viventi in cerca di un'anima.
Il culmine filosofico e musicale dell'opera si consuma sui tetti bagnati del Bradbury Building, nello scontro finale tra il cacciatore Deckard e il leader dei Replicanti, Roy Batty.
Per il filosofo esistenzialista Martin Heidegger, in Essere e tempo (1927), ciò che strappa l'uomo alla banalità dell'esistenza inautentica è la consapevolezza del proprio Essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode): sapere che il nostro tempo è finito dà un peso infinito a ogni nostra scelta. I Replicanti Nexus 6, sapendo fin dall'inizio di avere soltanto quattro anni di vita, vivono l'angoscia esistenziale heideggeriana a una potenza concentrata.
Quando Deckard è appeso nel vuoto sul cornicione e sta per precipitare, Roy Batty — ormai giunto agli ultimi minuti della sua vita programmata — compie il gesto che nessun algoritmo di pura sopravvivenza avrebbe mai compiuto: afferra il suo assassino e lo salva. Perché? Perché solo chi conosce il valore sacro della vita mentre la sta perdendo può scegliere la grazia al posto della vendetta.
Seduto sotto il diluvio, con una colomba bianca tra le mani, mentre dal silenzio affiorano gli accordi di cristallo e le note sospese di Tears in Rain di Vangelis, Roy pronuncia le parole (in gran parte riscritte la notte prima delle riprese dallo stesso Rutger Hauer) che hanno ridefinito il cinema di fantascienza:
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»
Mentre la testa di Roy si reclina e i sintetizzatori di Vangelis si spengono in un ultimo soffio di vento elettronico, comprendiamo la risposta di Blade Runner: l'umanità non è un certificato biologico rilasciato alla nascita, ma la capacità di meravigliarsi davanti alla bellezza dell'universo e di provare compassione per chi, come noi, è destinato a svanire nella pioggia.