
Per secoli abbiamo definito la musica come un "linguaggio universale". Ma se mettiamo questa metafora sotto la lente della filosofia e della logica, scopriamo che il legame tra le note e le parole è molto più complesso di una semplice affinità elettiva. Se il linguaggio è un sistema per descrivere il mondo, la musica sembra essere un sistema per costruirne uno parallelo, privo di oggetti ma denso di relazioni.
Uno dei pilastri della linguistica moderna è l'arbitrarietà: non c'è nulla nel suono della parola "cane" che richiami l'animale reale. È un patto invisibile tra parlanti. Nella musica, questo patto si rompe. Una nota non "rappresenta" nulla al di fuori di se stessa. Tuttavia, esiste un territorio di confine: la musica a programma. Qui, il compositore tenta di forzare la mano alla natura astratta dei suoni, cercando di descrivere ruscelli, battaglie o stati allucinatori. Ma senza un "dizionario" esterno (il titolo o un testo), la musica cade in quello che potremmo definire un errore descrittivo: la sua precisione è nulla. Un violino che imita un uccello è un'onomatopea, non un concetto. La musica, in questo senso, agisce come un aggettivo che ha smarrito il suo sostantivo.
Se provassimo a spingere l'analogia fino in fondo, potremmo immaginare una musica dotata di operatori logici. Che suono avrebbe la negazione? Nel linguaggio, il "non" annulla una realtà; in musica, il silenzio o l'inversione di un tema potrebbero tentare la stessa impresa. Ma la musica possiede una natura intrinsecamente affermativa: ciò che suona, esiste. Mentre il linguaggio può articolare il pensiero ipotetico ("Se... allora"), la musica si muove per attese fisiche e tensioni armoniche. Non può dimostrare un teorema, ma può farci percepire la necessità della risoluzione di un accordo con la stessa forza di una conclusione logica inoppugnabile.
La scoperta più affascinante risiede forse nel fatto che sia il linguaggio che la musica sono sistemi relazionali. Una parola isolata è un atomo inerte; un Do naturale, da solo, non è musica.
In entrambi i casi, la comunicazione non risiede nella "materia" (il suono o la lettera), ma nello spazio che intercorre tra un elemento e l'altro.
Mentre i filosofi del linguaggio si sono spesso scontrati con l'incapacità delle parole di aderire perfettamente alla realtà, la musica sembra aggirare il problema rinunciando alla descrizione. Laddove il linguaggio cade in errore perché non riesce a "dire" la cosa, la musica trionfa perché "diventa" l'esperienza. Se il linguaggio è una mappa del territorio, la musica è il territorio stesso, percorribile ma non mappabile .In ultima analisi, la musica non è un linguaggio che manca di logica, ma un linguaggio che ne ha una propria, talmente aderente alle leggi fisiche e armoniche da non aver bisogno di referenti esterni per essere compreso.
Va detto che l’analogia tra musica e linguaggio non è un semplice artificio retorico, ma riflette l’organizzazione stessa del pensiero umano. Entrambi i sistemi estraggono ordine dal caos del rumore, ma lo fanno seguendo protocolli differenti.
Il linguaggio e la musica condividono una proprietà fondamentale: sono sistemi combinatori discreti. Questo significa che utilizzano un numero limitato di elementi privi di significato proprio (i fonemi nel linguaggio, le frequenze discrete nella musica) per costruire una varietà infinita di strutture complesse.
La divergenza più profonda risiede nel rapporto tra il segno e il suo referente.
In questo senso, la musica non può cadere nell'errore descrittivo tipico del linguaggio perché non ha l'obbligo di verità. Una frase come "Il cerchio è quadrato" è un errore logico nel linguaggio. Una dissonanza estrema in musica non è un "errore logico", ma una scelta estetica che crea tensione. La musica non "mente" mai, semplicemente perché non afferma mai nulla di verificabile nel mondo fisico.
Abbiamo ipotizzato una musica dotata di operatori logici. Sebbene non esistano formalmente, la musica occidentale ha sviluppato una "psicologia dell'aspettativa" che funge da surrogato della logica.
Mentre il significato delle parole è spesso frutto di convenzioni sociali, il "senso" musicale ha radici nella fisica acustica.Il rapporto tra due note è espresso da frazioni matematiche semplici:
Il cervello umano è biologicamente programmato per percepire questi rapporti come "consonanti". Il linguaggio non ha questa base fisica universale: non c'è una ragione acustica per cui "mela" debba significare quel frutto. La musica è dunque un linguaggio che poggia su leggi naturali pre-culturali, mentre il linguaggio è una costruzione interamente culturale che poggia sul vuoto dell'arbitrarietà.
Alcuni ricercatori (come Steven Brown) sostengono che linguaggio e musica derivino da un antenato comune: il Musilinguaggio. In questa fase evolutiva, il suono era usato contemporaneamente per trasmettere emozioni (musica) e istruzioni (linguaggio).Con il tempo, le due funzioni si sono separate:
L'espansione di questa analogia ci porta a una conclusione asimmetrica: la musica è un linguaggio "difettoso" se l'obiettivo è la precisione descrittiva, ma è un linguaggio "superiore" se l'obiettivo è la trasmissione immediata di strutture relazionali e affettive.Se il linguaggio è uno strumento per sezionare la realtà e categorizzarla, la musica è lo strumento per sperimentare la continuità e la tensione della realtà senza la mediazione del concetto. Non sono solo due modi di comunicare, sono due modi di essere nel mondo: uno attraverso la definizione, l'altro attraverso la risonanza.